LE PERSONE

Federico Niola

Sono laureato in filosofia all’Università statale di Milano e ho una predilezione per la teoretica e l’epistemologia. Mi piacciono anche Homer Simpson e Peter Griffin, i quali sono, com’è noto, due fini pensatori nonché grandi interpreti della vita. Perché riderci sopra è l’unica maniera davvero seria che io conosca di affrontare la vita. Ma questo è un altro tema.

Perché apri una casa editrice? Non lo sai che c’è la crisi? Certo che lo so, per quello la apro.

I libri hanno sempre rappresentato il mio mondo dentro il mondo.

Ero un bambino.

Ricordo la maestra Gemma che venne a trovarmi in ospedale e mi regalò un libro illustrato sui castelli medievali. Non smettevo mai di sfogliarlo.

E avevo il libro che mi regalò mio padre. Si intitolava La freccia nera. Aprivo quel romanzo con la solennità di chi apre lo scrigno del mondo. Dentro le sue pagine viveva un cavaliere che salvava sempre qualcuno o qualcosa. Una donna amata, un regno, non importa. E mentre lui liberava i personaggi, il libro liberava la mia immaginazione. Così eravamo tutti salvi e poi succedeva sempre che la voce di mia madre mi chiamava per la cena e richiudevo lo scrigno con i suoi mondi dentro.

Da adolescente, a scuola avevo le mie risorse. Detestavo le lezioni di geometria analitica. Avevo scoperto, su un’antologia, gli scritti di San Bonaventura da Bagnoregio e li leggevo segretamente, simulando attenzione durante le lezioni. Di nuovo un libro dentro il libro, un mondo dentro il mondo. Era l’Itinerarium mentis in Deum. Bernardo sosteneva che tanto più le sue (di Dio) creature si avvicinano al sole, tanto più sono luminose. Io non credevo in Dio ma non era questo il punto. Mi affascinavano le proiezioni della mente di Bernardo, che creavano un mondo nel quale egli viveva davvero.
Amavo le poesie di Jacques Prévert. La tombola critica in cui tutto è mischiato eppure ha un senso ma ancor di più la storia del vecchio e consumato bretone che ritorna al paese per far fuori lo zio Grésillard, il porco.
Il mito di Er e quei prigionieri della caverna di Platone che io immaginavo uno ad uno e così tanto da riuscire a dare un volto ed una storia personale ad ognuno.
I figurati armenti di casa Antici, la bella notte di Colombo e Gutierrez stanchi di navigare, il suono della campana che reca il suon dell’ora. Leopardi lo leggevo ad occhi chiusi perché lo conoscevo a memoria e perché così riuscivo a vedere la lucciola che errava appo le siepi e a sentire il canto della rana rimota alla campagna.
La Divina commedia era anch’essa un tesoro che lo scrigno del mondo mi aveva rivelato.

Sui muri di Milano, qua e là, qualcuno ricordava il Duce ma io sapevo che lo duca mio era un altro. Sono in eterno debito con la professoressa Cristina, le sono riconoscente per avermi donato un capitale che non si svaluta quando a New York una farfalla batte le ali.
Il fatto è che i libri realizzano il prodigio del dialogo, sono un ponte tra le persone e tra le epoche. E c’è quel tempo sospeso, tra l’ultima parola di un libro e la prima di quello dopo, in cui cerchi di fare qualcosa di buono in un mondo che ha bisogno di tutto.

Sono coautore, con Manuel Mazzini, del saggio Niente succede per caso – osservazioni filosofiche sulla chiropratica, pubblicato da Controfibra.

Controfibra è impegnata su progetti di valorizzazione territoriale come medium culturale e si dedica anche all’editoria sponsorizzata. Il nostro lavoro è il modo che prediligiamo per prenderci cura di un’Italia che è una prodigiosa e sofferente res publica.

 

In Controfibra sono fondatore, legale rappresentante e presidente del cda e direttore responsabile della testata di informazione teatrale Foyer